Giuseppe Marino - La notte nella terra di nessuno
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Giuseppe Marino - La notte nella terra di nessuno
Un giorno di alcuni anni fa, un viaggiatore giapponese incontrato lungo la strada, in viaggio da diversi anni, si sedette vicino a me su un marciapiedi e mi raccontò una sua storia:
“Mi trovavo in una capitale in Europa quando vidi un gruppo di turisti giapponesi che scattavano fotografie a tutto quello che li circondava. Mi avvicinai, era da tanto che non sentivo parlare giapponese e mi mancava. Giunto davanti a loro, iniziarono a guardarmi dalla testa ai piedi con aria di disprezzo. Io non capivo perché non erano contenti come lo ero io di trovare un connazionale in una parte remota del mondo giunto sino a li guidando una motocicletta e facendomi forza mi avvicinai. Uno di loro mi fermò: sei una vergogna per il tuo Paese se vai in giro sporco in questa maniera; guardati, le scarpe infangate ed i vestiti maculati di ogni colore di sporco! Non ti rendi conto che esempio che sei per gli stranieri? Penseranno che tutti i giapponesi siano come te!. Rimasi senza parole ma quelle frasi mi rimasero dentro e cambiarono il mio stile di viaggiare e soprattutto la mia pulizia”, concludendo la sua storia.
Non importa dove mi trovo ma quando viaggio ricordo sempre la storia del giapponese perché è vero, perché chi viaggia porta l’esempio del proprio Paese nel mondo…
È una fatica in più che vorrei risparmiare quando arrivo la sera stanco ma è più forte di me: mi prendo cura della motocicletta, delle apparecchiature elettroniche, dei vestiti e poi vengo io…
Questa è la mia regola ma, ci sono momenti in cui non lo puoi fare…
Due anni fa attraversavo il deserto iraniano Dasht-e Lut (il deserto più caldo della Terra) per raggiungere Zahedan dove avrei ottenuto il visto per entrare in Pakistan ma nonostante fossi partito all’alba per attraversare il deserto non riuscii a causa del troppo caldo che mi costrinsero a fare continue soste per bere acqua che raccattavo fresca dai camionisti lungo il percorso e giunsi a Zahedan nel pomeriggio quando oramai il consolato pakistano era chiuso.
Pazienza…(parola che molto spesso si ripete viaggiando in Medio Oriente).
All’apertura del consolato ero il primo (avevo trovato da dormire li vicino) ed alle 11 avevo già il visto pakistano.
"Posso andare in Pakistan?" Chiesi all’addetto del consolato.
"Certo, adesso hai il visto!" Rispose lui.
Non persi tempo e viaggiai verso il confine di Taftan distante 100 km.
Hussain, un amico iraniano che lavora in quella dogana e che conoscevo via web mi sbrigò celermente tutte le pratiche di chiusura del carnet de passage (documento doganale della motocicletta sul quale viene registrata l’entrata e l’uscita dal Paese) e la chiusura e cancellazione del visto iraniano in quanto stavo uscendo dal Paese.
Ero contento, erano solamente le 17.00 e stavo uscendo dall’Iran!
Percorsi i due chilometri del nulla tra la dogana iraniana ed i cancelli della dogana pakistana, contento di entrare in Pakistan con ancora la luce del sole, parcheggiai la motocicletta vicino l’ufficio immigrazione pakistano e mi misi in mezzo alla mischia per arrivare all’ispettore del controllo documenti.
Era come a scuola: l’ispettore avvolto nella dishdasha bianca sedeva alla scrivania della maestra e gli alunni che dovevano essere interrogati tutti difronte.
"Ecco il mio passaporto ed il visto!"
L’ispettore guardò le carte e si alzò andando a parlare con un uomo dalla lunga barba nera poco lontano…qualcosa non andava pensavo dentro di me, ma il mio ottimismo diceva che era per il mio passaporto italiano diverso dagli altri, tutto qui.
Dopo un quarto d’ora tornò la maestra con due uomini e mi dissero: "tu non puoi entrare in Pakistan!"
"E perché? Mi hanno dato stamattina il visto al consolato di Zahedan!" risposi io con la calma che bisogna avere in questi momenti (la famosa pazienza)
"Infatti, ti hanno dato questa mattina il visto pakistano ma decorre dalla mezzanotte e noi chiudiamo la dogana alle 19 quindi devi tornare in Iran e ritornare domani mattina!" Mi rispose la maestra.
Tirai fuori le carte iraniane che avevo ancora in tasca: "vedi, il mio visto iraniano è stato chiuso e non posso tornare in Iran!"
"Non è un nostro problema, questi due uomini ti scorteranno al di la del cancello pakistano."
Sapevo che era inutile imprecare, non serve a niente, mentre mi avvicinavo alla terra del nulla, alla terra di nessuno, come si chiamano quei territori tra due dogane e fu così che si chiuse alle mie spalle il cancello della dogana pakistana.
In quel frangente provai la stessa sensazione dell’anno precedente cercando inutilmente di entrare in Siria…
Dovevo trovare un posto al coperto dove passare le gelidi notti delle zone desertiche ma nella terra del nulla non c’è proprio nulla!!
Solo una piccola tettoia in lontananza aggrappata ad un muro di un fatiscente e chiuso “ufficio”.
"Pazienza" pensai, avvicinandomi alla tettoia cercando di capire da lontano cosa fossero quei malandati ed arrugginiti cilindri metallici messi in piedi sotto la tettoia…
Dopo capii, ma non avevo scelta.
Passai quella notte senza chiudere un occhio per la paura che i cani randagi della terra del nulla si avvicinassero incuriositi dalla nuova ed inconsueta presenza umana e toccassero quelle bombole facendo cadere i sassi sopra la valvola di sicurezza…pazienza…
E quella notte non applicai la regola di prendermi cura della motocicletta, delle apparecchiature elettroniche e dei vestiti ma mi presi cura solo della mia sopravvivenza!
Grazie Stylmartin di aver condiviso le mie avventure!